Pasquale Caterisano Blog

Dico la mia spesso e volentieri

Month: gennaio 2009

Gli Agenti di assicurazioni in sciopero contro l'arroganza delle compagnie

Sindacato Nazionale Agenti di assicurazioni: sciopero il 30 gennaio contro la revoca di Gregorio
Dopo la revoca del presidente del Gruppo Agenti Fata non tarda la reazione dello SNA. Una giornata di sciopero proclamata per venerdì 30 gennaio e l’annuncio di azioni presso le istituzioni e le autorità, oltre a una campagna di comunicazione

Una giornata di sciopero delle agenzie di assicurazione italiane,  è la reazione del sindacato alla decisione del Gruppo Assicurativo Generali – Fata Assicurazioni di revocare Angelo Gregorio dal ruolo di presidente del Gruppo Agenti Fata.
“L’atto di revoca ad nutum con motivazioni che lo SNA ritiene pretestuose, infondate e antisindacali, dichiara il presidente nazionale dello SNA Tristano Ghironi, costituisce un atto intollerabile che ha come intento quello di intimidire tutta la categoria degli intermediari assicurativi. Gregorio è stato destinatario di una simile ingiustizia per l’impegno profuso nella difesa dell’indipendenza della categoria dalla compagnie, resa possibile dall’introduzione delle recenti leggi sulla liberalizzazione in ambito assicurativo e in particolare per l’impegno manifestato nel sud Italia, considerato dalla compagnie un’area critica del paese, dove è più difficile ottenere mandati agenziali e in cui le imprese mostrano intenti di progressivo abbandono”.
Lo SNA ha anche annunciato la propria intenzione di intraprendere in tutte le sedi opportune le azioni necessarie a difendere gli interessi e i diritti di Angelo Gregorio e a denunciare quello che viene definito un atto antisindacale. “La reazione a questa scelta, prosegue Ghironi, sarà ferma, decisa e senza sconti. Essa coinvolgerà nella sua azione tutte le istituzioni e autorità interessate, Parlamento, Governo, Isvap, Ania e Antitrust, e sarà sostenuta da una massiccia campagna di comunicazione che avrà l’obiettivo di denunciare l’evidente strategie intimidatoria messa in atto dal Gruppo Assicurativo Generali per contrastare la diffusione del plurimandato”.
http://www.edipi.com/?pos=003.479

L'intellettuale Repubblicano Lapo Mazza Fontana, su facebook, da solo, sconfigge un'intera brigata bananas allineata e coperta sulle loro patetiche posizioni finto perbeniste

Fonte: una pubblica  Nota di Carlo Scotti-Foglieni
Libertà (di stampa) vo’ cercando.
Libertà (d’espressione) vo’ cercando.
Tra diritto di cronaca ed uso arbitrario degli strumenti di comunicazione di proprietà pubblica.
Pubblico sotto forma di nota il dibattito che si è sviluppato all’interno della posta a seguito della mia nota precedente su Santoro – (H)Anno zero. Ma come voto in condotta, che si trova qui:
http://www.facebook.com/note.php?note_id=58400123144,  perché l’ho trovato interessante.
I tema di partenza era (e resta) Via Santoro dalla Rai. Santoro e AnnoZero sono mantenuti con i soldi di tutti i cittadini. Ma sono faziosi e di parte. Sempre, non solo ogni tanto.
Chiediamo che la Rai faccia informazione e non propaganda.
Lapo Mazza Fontana
caro Carlo, stavolta sono in netto disaccordo con te:Santoro mi fa incazzare anche a me su ste cose, visto che sono pure filoisraeliano, ma in qualsiasi paese occidentale la censura ai giornalisti NON ESISTE, tranne che nel nostro, che è occidentale come il sud America…. dispiace vedere che personcine come te, cadano in equivoci simili!!!
E se qualche volta qualcuno andasse a passare del tempo fuori dall’Italia…. per un periodo più lungo di un week end…e magari non a S.Domingo x fare il bagno o a Parigi per andare alle Galeries Lafayette…. si capirebbe meglio il concetto eh…. Continue reading

Il discorso di insediamento di Obama a 44° presidente degli Stati Uniti d'America


Concittadini, oggi sono qui di fronte a voi con umiltà di fronte all’incarico, grato per la fiducia che avete accordato, memore dei sacrifici sostenuti dai nostri antenati. Ringrazio il presidente Bush per il suo servizio alla nostra nazione, come anche per la generosità e la cooperazione che ha dimostrato durante questa transizione.
Sono quarantaquattro gli americani che hanno giurato come presidenti. Le parole sono state pronunciate nel corso di maree montanti di prosperità e in acque tranquille di pace. Ancora, il giuramento è stato pronunciato sotto un cielo denso di nuvole e tempeste furiose. In questi momenti, l’America va avanti non semplicemente per il livello o per la visione di coloro che ricoprono l’alto ufficio, ma perché noi, il popolo, siamo rimasti fedeli agli ideali dei nostri antenati, e alla verità dei nostri documenti fondanti. Così è stato. Così deve essere con questa generazione di americani.
Che siamo nel mezzo della crisi ora è ben compreso. La nostra nazione è in guerra, contro una rete di vasta portata di violenza e odio. La nostra economia è duramente indebolita, in conseguenza dell’avidità e dell’irresponsabilità di alcuni, ma anche del nostro fallimento collettivo nel compiere scelte dure e preparare la nazione a una nuova era. Case sono andate perdute; posti di lavoro tagliati, attività chiuse. La nostra sanità è troppo costosa, le nostre scuole trascurano troppi; e ogni giorno aggiunge un’ulteriore prova del fatto che i modi in cui usiamo l’energia rafforzano i nostri avversari e minacciano il nostro pianeta.
Questi sono indicatori di crisi, soggetto di dati e di statistiche. Meno misurabile ma non meno profondo è l’inaridire della fiducia nella nostra terra: la fastidiosa paura che il declino dell’America sia inevitabile, e che la prossima generazione debba ridurre le proprie mire. Oggi vi dico che le sfide che affrontiamo sono reali. Sono serie e sono molte. Non saranno vinte facilmente o in un breve lasso di tempo. Ma sappi questo, America: saranno vinte. In questo giorno, ci riuniamo perché abbiamo scelto la speranza sulla paura, l’unità degli scopi sul conflitto e la discordia. In questo giorno, veniamo per proclamare la fine delle futili lagnanze e delle false promesse, delle recriminazioni e dei dogmi logori, che per troppo a lungo hanno strangolato la nostra politica.
Rimaniamo una nazione giovane, ma, nelle parole della Scrittura, il tempo è venuto di mettere da parte le cose infantili. Il tempo è venuto di riaffermare il nostro spirito durevole; di scegliere la nostra storia migliore; di riportare a nuovo quel prezioso regalo, quella nobile idea, passata di generazione in generazione: la promessa mandata del cielo che tutti sono uguali, tutti sono liberi, e tutti meritano una possibilità per conseguire pienamente la loro felicità.
Nel riaffermare la grandezza della nostra nazione, capiamo che la grandezza non va mai data per scontata. Bisogna guadagnarsela. Il nostro viaggio non è mai stato fatto di scorciatoie o di ribassi. Non è stato un sentiero per i deboli di cuore, per chi preferisce l’ozio al lavoro, o cerca solo i piaceri delle ricchezze e della celebrità. E’ stato invece il percorso di chi corre rischi, di chi agisce, di chi fabbrica: alcuni celebrato ma più spesso uomini e donne oscuri nelle loro fatiche, che ci hanno portato in cima a un percorso lungo e faticoso verso la prosperità e la libertà.
Per noi hanno messo in valigia le poche cose che possedevano e hanno traversato gli oceani alla ricerca di una nuova vita.
Per noi hanno faticato nelle fabbriche e hanno colonizzato il West; hanno tollerato il morso della frusta e arato il duroterreno.
Per noi hanno combattuto e sono morti in posti come Concord e Gettysburg, la Normandia e Khe Sahn.
Ancora e ancora questi uomini e queste donne hanno lottato e si sono sacrificati e hanno lavorato fino ad avere le mani in sangue, perché noi potessimo avere un futuro migliore. Vedevano l’America come più grande delle somme delle nostre ambizioni individuali, più grande di tutte le differenze di nascita o censo o partigianeria.
Questo è il viaggio che continuiamo oggi. Rimaniamo il paese più prosperoso e più potente della Terra. I nostri operai non sono meno produttivi di quando la crisi è cominciata. Le nostre menti non sono meno inventive, i nostri beni e servizi non meno necessari della settimana scorsa o del mese scorso o dell’anno scorso. Le nostre capacità rimangono intatte. Ma il nostro tempo di stare fermi, di proteggere interessi meschini e rimandare le decisioni sgradevoli, quel tempo di sicuro è passato. A partire da oggi, dobbiamo tirarci su, rimetterci in piedi e ricominciare il lavoro di rifare l’America.
Perché ovunque guardiamo, c’è lavoro da fare. Lo stato dell’economia richiede azioni coraggiose e rapide, e noi agiremo: non solo per creare nuovi lavori ma per gettare le fondamenta della crescita. Costruiremo le strade e i ponti, le reti elettriche, le linee digitali per nutrire il nostro commercio e legarci assieme. Ridaremo alla scienza il posto che le spetta di diritto e piegheremo le meraviglie della tecnologia per migliorare le cure sanitarie e abbassarne i costi. Metteremo le briglie al sole e ai venti e alla terra per rifornire le nostre vetture e alimentare le nostre fabbriche. E trasformeremo le nostre scuole e i college e le università per soddisfare le esigenze di una nuova era. Tutto questo possiamo farlo. E tutto questo faremo.
Ci sono alcuni che mettono in dubbio l’ampiezza delle nostre ambizioni, che suggeriscono che il nostro sistema non può tollerare troppi piani grandiosi. Hanno la memoria corta. Perché hanno dimenticato quanto questo paese ha già fatto: quanto uomini e donne libere possono ottenere quando l’immaginazione si unisce a uno scopo comune, la necessità al coraggio.
Quello che i cinici non riescono a capire è che il terreno si è mosso sotto i loro piedi, che i diverbi politici stantii che ci hanno consumato tanto a lungo non hanno più corso. La domanda che ci poniamo oggi non è se il nostro governo sia troppo grande o troppo piccolo, ma se funziona: se aiuta le famiglie a trovare lavori con stipendi decenti, cure che possono permettersi, unapensione dignitosa. Quando la risposta è sì, intendiamo andareavanti. Quando la risposta è no, i programmi saranno interrotti. E quelli di noi che gestiscono i dollari pubblici saranno chiamati a renderne conto: a spendere saggiamente, a riformare le cattive abitudini, e fare il loro lavoro alla luce del solo, perché solo allora potremo restaurare la fiducia vitale fra un popolo e il suo governo.
Né la domanda è se il mercato sia una forza per il bene o per il male. Il suo potere di generare ricchezza e aumentare la libertànon conosce paragoni, ma questa crisi ci ha ricordato che senza occhi vigili, il mercato può andare fuori controllo, e che unpaese non può prosperare a lungo se favorisce solo i ricchi. Il successo della nostra economia non dipende solo dalle dimensioni del nostro prodotto interno lordo, ma dall’ampiezza della nostra prosperità, dalla nostra capacità di ampliare le opportunità a ogni cuore volonteroso, non per beneficenza ma perché è la via più sicura verso il bene comune.
Per quel che riguarda la nostra difesa comune, respingiamo come falsa la scelta tra la nostra sicurezza e i nostri ideali. I Padri Fondatori, di fronte a pericoli che facciamo fatica a immaginare, prepararono un Carta che garantisse il rispetto della legge e i diritti dell’uomo, una Carta ampliata con il sangue versato da generazioni. Quegli ideali illuminano ancora il mondoe non vi rinunceremo in nome del bisogno. E a tutte le persone e i governi che oggi ci guardano, dalle capitali più grandi al piccolo villaggio in cui nacque mio padre, dico: sappiate che l’America è amica di ogni nazione e di ogni uomo, donna e bambino che cerca un futuro di pace e dignità, e che siamo pronti di nuovo a fare da guida.
Ricordate che le generazioni passate sconfissero il fascismo e il comunismo non solo con i carri armati e i missili, ma con alleanze solide e convinzioni tenaci. Capirono che la nostra forza da sola non basta a proteggerci, né ci dà il diritto di fare come ci pare. Al contrario, seppero che il potere cresce quando se ne fa un uso prudente; che la nostra sicurezza promana dal fatto che la nostra causa giusta, dalla forza del nostro esempio, dalle qualità dell’umiltà e della moderazione.
Noi siamo i custodi di questa eredità. Guidati ancora una volta da questi principi, possiamo affrontare quelle nuove minacce cherichiedono sforzi ancora maggiori – e ancora maggior cooperazione e comprensione fra le nazioni. Inizieremo a lasciare responsabilmente l’Iraq al suo popolo, e a forgiare una pace pagata a caro prezzo in Afghanistan. Insieme ai vecchi amici e agli ex nemici, lavoreremo senza sosta per diminuire la minaccia nucleare, e allontanare lo spettro di un pianeta surriscaldato. Non chiederemo scusa per la nostra maniera di vivere, né esiteremo a difenderla, e a coloro che cercano di ottenere i loro scopi attraverso il terrore e il massacro di persone innocenti, diciamo che il nostro spirito è più forte e non potrà essere spezzato. Non riuscirete a sopravviverci, e vi sconfiggeremo.
Perché sappiamo che il nostro multiforme retaggio è una forza, non una debolezza: siamo un Paese di cristiani, musulmani, ebrei e indù – e di non credenti; scolpiti da ogni lingua e cultura, provenienti da ogni angolo della terra. E dal momento che abbiamo provato l’amaro calice della guerra civile e della segregazione razziale, per emergerne più forti e più uniti, non possiamo che credere che odii di lunga data un giorno scompariranno; che i confini delle tribù un giorno si dissolveranno; che mentre il mondo si va facendo più piccolo, la nostra comune umanità dovrà venire alla luce; e che l’America dovrà svolgere un suo ruolo nell’accogliere una nuova era di pace.
Al mondo islamico diciamo di voler cercare una nuova via di progresso, basato sull’interesse comune e sul reciproco rispetto. A quei dirigenti nel mondo che cercano di seminare la discordia, o di scaricare sull’Occidente la colpa dei mali delle loro società, diciamo: sappiate che il vostro popolo vi giudicherà in base a ciò che siete in grado di costruire, non di distruggere. A coloro che si aggrappano al potere grazie alla corruzione, all’inganno, alla repressione del dissenso, diciamo: sappiate che siete dalla parte sbagliata della Storia; ma che siamo disposti a tendere la mano se sarete disposti a sciogliere il pugno.
Ai popoli dei Paesi poveri, diciamo di volerci impegnare insieme a voi per far rendere le vostre fattorie e far scorrere acque pulita; per nutrire i corpi e le menti affamate. E a quei Paesi che come noi hanno la fortuna di godere di una relativa abbondanza, diciamo che non possiamo più permetterci di essere indifferenti verso la sofferenza fuori dai nostri confini; né possiamo consumare le risorse del pianeta senza pensare alle conseguenze. Perché il mondo è cambiato, e noi dobbiamo cambiare insieme al mondo.
Volgendo lo sguardo alla strada che si snoda davanti a noi, ricordiamo con umile gratitudine quei coraggiosi americani che in questo stesso momento pattugliano deserti e montagne lontane. Oggi hanno qualcosa da dirci, così come il sussurro che ci arriva lungo gli anni dagli eroi caduti che riposano ad Arlington: rendiamo loro onore non solo perché sono custodi della nostra libertà, ma perché rappresentano lo spirito di servizio, la volontà di trovare un significato in qualcosa che li trascende. Eppure in questo momento – un momento che segnerà una generazione – è precisamente questo spirito che deve animarci tutti.
Perché, per quanto il governo debba e possa fare, in definitiva sono la fede e la determinazione del popolo americano su cui questo Paese si appoggia. E’ la bontà di chi accoglie uno straniero quando le dighe si spezzano, l’altruismo degli operai che preferiscono lavorare meno che vedere un amico perdere il lavoro, a guidarci nelle nostre ore più scure. E’ il coraggio del pompiere che affronta una scala piena di fumo, ma anche la prontezza di un genitore a curare un bambino, che in ultima analisi decidono il nostro destino.
Le nostre sfide possono essere nuove, gli strumenti con cui le affrontiamo possono essere nuovi, ma i valori da cui dipende il nostro successo – il lavoro duro e l’onestà, il coraggio e il fair play, la tolleranza e la curiosità, la lealtà e il patriottismo – queste cose sono antiche. Queste cose sono vere. Sono state la quieta forza del progresso in tutta la nostra storia. Quello che serve è un ritorno a queste verità. Quello che ci è richiesto adesso è una nuova era di responsabilità – un riconoscimento, da parte di ogni americano, che abbiamo doveri verso noi stessi, verso la nazione e il mondo, doveri che non accettiamo a malincuore ma piuttosto afferriamo con gioia, saldi nella nozione che non c’è nulla di più soddisfacente per lo spirito, di più caratteristico della nostra anima, che dare tutto a un compito difficile.
Questo è il prezzo e la promessa della cittadinanza.
Questa è la fonte della nostra fiducia: la nozione che Dio ci chiama a forgiarci un destino incerto. Questo il significato della nostra libertà e del nostro credo: il motivo per cui uomini e donne e bambine di ogni razza e ogni fede possono unirsi in celebrazione attraverso questo splendido viale, e per cui un uomo il cui padre sessant’anni fa avrebbe potuto non essere servito al ristorante oggi può starvi davanti a pronunciare un giuramento sacro.
E allora segnamo questo giorno col ricordo di chi siamo e quanta strada abbiamo fatto. Nell’anno della nascita dell’America, nel più freddo dei mesi, un drappello di patrioti si affollava vicino a fuochi morenti sulle rive di un fiume gelato. La capitale era abbandonata. Il nemico avanzava, la neve era macchiata di sangue. E nel momento in cui la nostra rivoluzione più era in dubbio, il padre della nostra nazione ordinò che queste parole fossero lette al popolo: “Che si dica al mondo futuro… Che nel profondo dell’inverno, quando nulla tranne la speranza e il coraggio potevano sopravvivere… Che la città e il paese, allarmati di fronte a un comune pericolo, vennero avanti a incontrarlo”.
America. Di fronte ai nostri comuni pericoli, in questo inverno delle nostre fatiche, ricordiamoci queste parole senza tempo. Con speranza e coraggio, affrontiamo una volta ancora le correnti gelide, e sopportiamo le tempeste che verranno. Che i figli dei nostri figli possano dire che quando fummo messi alla prova non ci tirammo indietro né inciampammo; e con gli occhi fissi sull’orizzonte e la grazia di Dio con noi, portammo avanti quel grande dono della libertà, e lo consegnammo intatto alle generazioni future.

Silvio Sboom: Crolla pure l'export -13,3%

Istat: a novembre crollano le esportazioni

Hanno registrato un -13,3% su base annua, il dato più basso dal ’91 anno da cui esistono le rilevazioni
MILANO – Crollo degli scambi commerciali in Italia a novembre. Le esportazioni hanno registrato un -13,3% rispetto a novembre 2007, segnando il dato peggiore dal ’91, anno nel quale è iniziata la serie storica. Le importazioni sono diminuite del 10,7% segnando il risultato peggiore dal ’96. Il saldo a novembre è stato pari a -1.078 milioni di euro, in peggioramento rispetto al saldo negativo di 283 milioni di euro di novembre 2007. Rispetto a ottobre le esportazioni sono scese del 6,4% e le importazioni del 4,5%.
EUROPA – Il dato è negativo, spiega l’Istat, e in particolare per gli scambi con i paesi europei. A novembre le esportazioni sono diminuite del 16,3% rispetto a novembre 2007 e del 5,9% rispetto ad ottobre. Le importazioni sono diminuite del 15,8% rispetto a novembre 2007 e del 6,4% rispetto ad ottobre. Il saldo a novembre 2008 degli scambi con i paesi europei è stato pari a 151 milioni di euro in diminuzione rispetto all’attivo di 291 milioni di euro rilevato nello stesso mese del 2007. Nel complesso le esportazioni sono state pari in Europa a 15.896 milioni di euro mentre le importazioni sono state pari 15.745 milioni di euro. Continue reading

Vuoi pure queste? Bettino vuoi pure queste?

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Ho visto Craxi guardare un socialista magro e piangendo domandarsi: «Dove ho sbagliato?». (Paolo Rossi)

Di Pietro stronca Feltri

Due articoli da leggere assolutamente.
Ieri il direttore di “Libero” Feltri, non pago dei 400 milioni già sborsati dal suo editore a Di Pietro a mo di risarcimento per una querela, chiedeva nuovamente chiarimenti e trasparenza all’ex-PM, che oggi risponde:
http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=KE7HJ
Ed ecco la resa di Feltri:
http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=KE7IY
Adesso, visto che al direttore di Libero piace fare il “cane da guardia”, vediamo se certe domandine imbarazzanti che i giudici fanno da anni a Berlusconi, senza ottenere risposta, verranno riproposte anche da Feltri sul suo quotidiano.
E soprattutto vediamo se Berlusconi sarà altrettanto trasparente come Di Pietro nel rispondere alla pubblica opinione del suo passato.

Costituzione ad personam

C’è chi si è già portato avanti con il programma. Il ministro delle Politiche agricole, il super-leghista Luca Zaia, per esempio: di recente ha fatto togliere dal suo ufficio del ministero di via XX settembre la foto di Giorgio Napolitano, il capo dello Stato che rappresenta l’unità nazionale. Due istituzioni che nel 2009 potrebbero essere messe a rischio dalla girandola di riforme, costituzionali e non, che il centrodestra si prepara a mettere in campo nei prossimi mesi. Si comincia il 20 gennaio, quando il federalismo fiscale fortemente voluto dalla Lega arriverà alla prova dell’aula del Senato. Negli stessi giorni la Camera sarà impegnata in un altro disegno di legge che sta molto a cuore a Silvio Berlusconi, quello che vieta le intercettazioni. Per poi passare alle partite successive: la giustizia, con la riscrittura di alcuni articoli della Costituzione. E il piatto forte del menù berlusconiano: il presidenzialismo.

“L’obiettivo del nostro governo si può riassumere in tre parole: liberismo, federalismo, presidenzialismo“. Lo dichiarò il Cavaliere nell’aula di Montecitorio, era il 2 agosto 1994, e non si può negare che almeno in questo sia stato coerente. L’elezione diretta del presidente della Repubblica è nei suoi piani da quando è entrato in politica, esattamente 15 anni fa, dal discorso della discesa in campo in tv, con la calza a coprire la telecamera e alle spalle una libreria, già allora presidenziale. E ha ripetuto il suo credo nella conferenza stampa di fine anno: “È una riforma essenziale”. Per poi frenare sui tempi di realizzazione: “Non abbiamo ancora esaminato il tema, non lo faremo nemmeno nel 2009. Ma nella seconda parte della legislatura bisogna arrivarci”. Continue reading