Pasquale Caterisano Blog

Dico la mia spesso e volentieri

Month: maggio 2009

Viaggio al centro della crisi americana

ddBazaar all’aperto, quartieri desolati e case in svendita nell’epicentro del terremoto immobiliare Usa
Alpharetta. Neppure gli sceneggiatori di Star Trek, dopo quattro gin&tonic, avrebbero potuto inventarsi un nome così. Contea di Fulton, venticinque miglia (40 km) sopra il centro di Atlanta. Il sobborgo del sobborgo, la periferia esponenziale, un ectoplasma urbano con diversi nomi – sprawl, exurbia, suburban supernova – e molte conseguenze. Qui in tanti hanno cercato di comprar casa coi mutui subprime (a rischio), qui sono avvenuti i foreclosures (pignoramenti), qui le banche cercano di vendere all’asta le case di cui sono rientrate in possesso. La periferia dell’America è il centro della crisi: come nei tornado, un luogo tranquillo. Sembra assurdo, ma quanto è accaduto ad Alpharetta ha avuto ripercussioni in tutto il mondo. Posto vuoto, liquido, la fotocopia di se stesso. Solo 630 abitanti/km quadrato. La più bassa densità urbana sul pianeta, all’estremo opposto sta Hong Kong: nello stesso spazio vivono 48.571 persone.
Lo sprawl è intorno a Denver e a Las Vegas, in Virginia e in Arizona, tra Fort Worth e Dallas, in North Carolina e in California. David Brooks, nel suo libro On Paradise Drive (2004), descrive bene il fenomeno, ma lo approva, e non ne intuisce la prossima crisi. Scrive: «È come se Zeus, da un giorno all’altro, avesse cominciato a far cadere grandi città nel mezzo della campagna e del deserto. Boom! Una nuova comunità. Boom! Una grande shopping-mall. Boom! Un centro ricreativo, una piscina e mille campi da calcio!». Fermo la Chevrolet ad Alpharetta e penso: un dio dell’Olimpo avrebbe fatto di meglio. Le case sono luminose, ma anonime e vuote. Gated communities, le chiamano: le cancellate (gates) si vedono, le comunità no. In Abberly Lane, la «casa del mese» (n. 278) è aperta: entriamo, non c’è nessuno. Davide Marengo, con la sua macchina fotografica, sembra un extraterrestre in cerca di documentazione. Agenti immobiliari sorridenti, da opuscoli asciugati al sole, promettono «Upscale Brick Garden Homes», case in mattoni con giardino, a 324 mila dollari («Ridotto! Non c’è concorrenza!!!»). «Ma non si vendono», racconta l’architetto Giancarlo Pirrone, negli Usa dal 1978. Nella zona di Atlanta, spiega, ci sono decine di migliaia di case sul mercato, e solo un immobiliarista su dieci è ancora in attività. «Mancano servizi e luoghi pubblici: il pendolarismo è una necessità, l’automobile una condanna. Quando la benzina è raddoppiata, sfiorando i 4 dollari al gallone, è stato un trauma». Continue reading

Sondaggi: Berlusconi in calo

FORSE per colpa del divorzio con “la signora Veronica”, forse per la linea dura sull’immigrazione. Ma per Silvio Berlusconi la luna di miele post-terremoto, che lo aveva portato a quota 56, sembra finita.
La fiducia nel premier a maggio, secondo il sondaggio mensile di Ipr Marketing per Repubblica.it, è in calo di tre punti. Da 56 a 53. Solo a marzo (52) gli era andata a peggio, ma secondo gli autori del sondaggio, il calo di 3 punti in un mese è decisamente rilevante. Nella considerazione degli italiani scende di due punti anche il governo che tocca quota 44%: il minimo come a marzo.
GUARDA LE TABELLE
I dati Ipr ci dicono dunque che il Cavaliere torna all’indice di fiducia che aveva al momento del suo insediamento. E che il suo partito, il Pdl, e la Lega di Bossi restano fermi rispetto ad aprile: quota 50.
Si registra, invece, una lieve ma generalizzata risalita della fiducia nei partiti di opposizione. Il Pd sale di due punti (è al 33), l’Udc di uno (34) e l’Italia dei Valori di Di Pietro cresce di ben quattro punti (al 41).
Interessanti alcuni dati sui ministri. In particolare quello che riguarda la fiducia nel titolare dell’Interno Maroni. Il paladino della linea dura su immigrati e sicurezza è in calo, di ben tre punti. Come se fuori dal bacino elettorale di riferimento la “cattiveria” tante volte invocata dai leghisti contro i migranti non pagasse.
Per Giulio Tremonti, invece, le cose vanno all’opposto. Il ministro dell’Economia cresce, anche lui di tre punti. Forse beneficiando di quei primi timidi segnali di uscita dalla crisi globale.
http://www.repubblica.it/2009/03/sezioni/politica/sondaggi-2009/fiducia-maggio/fiducia-maggio.html

Bankitalia: debito pubblico record ed entrate tributarie in calo

EFFETTO GOVERNO BERLUSCONI: LI’ DOVE REGNA LA PROSPERITA’, leggete:
Nuovo record per il debito pubblico italiano: a marzo si è attestato a 1.741,275 miliardi di euro contro i 1.707,410 del precedente record segnato a febbraio. E’ quanto si legge nel supplemento al Bollettino statistico della Banca d’Italia, sull’andamento della finanza pubblica.
E intanto le entrate tributarie continuano a calare: sempre secondo via Nazionale si sono attestate, nel primo trimestre 2009, a 81,016 miliardi, ovvero circa 4 miliardi in meno rispetto agli 85,075 dei primi tre mesi del 2008. La diminuzione percentuale è del 4,8%. Il dato è calcolato al netto dei fondi speciali per la riscossione, cioè importi già incassati ma non ancora suddivisi tra tasse e contributi, che mostrano un leggero scostamento tra i due trimestri considerati.
Tornando al debito, c’è da dire che a marzo cala in comuni e province, mentre resta stabile quello delle Regioni. Più in dettaglio, riguardo ai comuni, a marzo il debito si è attestato a 47,282 miliardi di euro, in calo rispetto ai 48,183 di febbraio. A marzo 2008 era invece a 47,374 miliardi. Le regioni (più le province autonome) hanno visto il loro debito a marzo a quota 43,068 miliardi, stabile rispetto ai 43,026 miliardi di febbraio e in lieve aumento rispetto a marzo 2008 (42,445 miliardi). Infine le province: sempre a marzo hanno registrato un debito di 8,961 miliardi contro i 9,219 del mese precedente e gli 8,867 di marzo 2008.
Complessivamente dunque il debito delle amministrazioni locali (compresa la voce altri enti che, sempre a marzo, segna un debito di 9,3 miliardi) cala da 109,024 miliardi di febbraio a 108,645 miliardi (109,585 a marzo 2008).
http://www.repubblica.it/2009/03/sezioni/economia/bankitalia-13/dati-13mag/dati-13mag.html

Referendum: NO al populismo!

Di Alex Menietti.
L’han chiamata “Bossi Tax”. E’ la tassa, o meglio il costo, che dovrà sostenere lo Stato per portare i cittadini al referendum in un giorno diverso da quello delle elezioni europee. Si tratta di 172 milioni di euro (e non 460 come detto da alcuni), spesa ingente, che ci ha visti tutti unanimi nel dire “perché sprecare quei soldi?“.
I più demagogici hanno dato la colpa ad Umberto Bossi, in quanto è stato lui a chiedere di non fare l’election day. L’obiettivo, com’è facile immaginare, è pensare che voglia far astenere il suo elettorato dal referendum per cercare di non far raggiungere il quorum. Per spiegare meglio la situazione, però, faccio un passo indietro spiegando cosa si vota al referendum.
I quesiti a cui dovremo rispondere saranno tre: i primi due riguardano il premio di maggioranza alla lista più votata e innalzamento della soglia di sbarramento alla Camera ed al Senato. Attenzione, lista più votata, e non coalizione. Ciò vuol dire che in pochi anni si finirebbe con il bipartitismo. PdL da una parte, Pd dall’altra. Perderemmo l’Udc, partito che si basa sulla storica Dc. Perderemmo i movimenti di Bossi e di Lombardo, che hanno percentuali altissime nei territori in cui fanno leva. Perderemmo Di Pietro, che sfruttando il populismo sta aumentando sempre più i suoi consensi. Il terzo quesito, che a mio avviso sarebbe invece uno strumento democratico, è l’abrogazione delle candidature multiple. Alle ultime elezioni, diversi politici di ‘punta’ erano candidati in più circoscrizioni: risultando a fine elezioni come “plurieletti”, hanno potuto decidere quale circoscrizione d’elezione tenere buona, ed in quali ritirarsi. Dove si sono ritirati, ovviamente, sono passato i candidati a loro sottostanti. Negare questa possibilità sarebbe senza dubbio un grande passo avanti, a mio avviso.
Ora torniamo alla polemica della “Bossi Tax”. Come abbiamo visto, i primi due quesiti del referendum tornerebbero molto utili ai due maggiori partiti italiani, che nel governare non avrebbero più bisogno di scontrarsi con partiti minori. Dopo l’amore di Veltroni per Obama, continua il sogno americano in Italia, cercando il bipartitismo. Quello che ci si dimentica però è che l’Italia ha un’origine molto più antica dell’America, ha complesse situazioni al suo interno, come la presenza di minoranze linguistiche, culture talvolta abissalmente differenti, situazioni economiche più o meno brillanti a seconda delle Regioni. PdL e Pd, insieme, attraggono il 65,5% dell’elettorato, secondo i recenti risultati di un sondaggio dell’Osservatorio Digis per Sky Tg24 (14/04/09). Ciò vuol dire che se tutti gli elettori andassero a votare e fossero coerenti a quelle che probabilmente saranno le indicazioni di partito, il referendum passerebbe con i “si”. O almeno se fosse accorpato alle elezioni europee, in quanto non tutti sono informati sul fatto che possono liberamente evitare di votare ai quesiti, se non sono di loro interesse o se vogliono ‘giocare’ al non raggiungimento del quorum. La colpa – sicuramente – è degli italiani, poco preparati. Ma anche della politica, che anziché chiarire questi dubbi ci fa su leva per sfruttare l’occasione; anche le numerose leggi elettorali che si continuano a susseguire non sono d’aiuto. Il referendum potrebbe vedere pochissime persone interessate al voto ma che, ritrovandosi la scheda in mano, metterebbero le ‘x’ sul si o sul no. Partecipando alla formazione del quorum. Beppe Grillo, dal suo blog, scrivendo una frase priva di un senso logico, permette però di ragionare su come stia degenerando il populismo. “Ora invece l’elettore paga (non richiesto) per non votare un referendum proposto attraverso le firme dei cittadini“. Il problema, rispetto a quanto detto dal comico, è diametralmente opposto. Se i cittadini non tornano alle urne per il referendum è perché non interessa partecipare alla consultazione. O se anche i cittadini tornano, ma non sono la maggioranza, è perché l’argomento non suscita interesse. Dopo tutto non è un dovere il voto al referendum e, pertanto, i cittadini sono liberi di non andare.
Se mettessimo da parte per un solo momento la questione economica, potremmo anche immaginare che l’assenza di democrazia non è nel vedere fallire un referendum, quanto ingannare l’elettorato dando alle persone questa scheda in più in mano quando votano per le europee.
Ovvio, se ci limitiamo a parlare dei 172 milioni di euro anche io dico che Bossi ha sbagliato. Ma se analizziamo tutto il contesto, siamo proprio convinti che la colpa sia solo ed esclusivamente sua? Informiamo i cittadini delle loro possibilità e dei loro diritti. A quel punto sì che potremo arrabbiarci con i politici se ci faranno sprecare dei soldi!
http://www.alexmenietti.it/2009/04/referendum-noal-populismo